Come un Uomo sulla Terra: raccontiamo l’iniziativa 25 novembre, 2008
Posted by campodelleidee in Arte e Cultura, Identità, diversità, cooperazione, Istituzioni e Politica, Sanità e Solidarietà, Sicurezza e Giustizia.Tags: Arte e Cultura, Cose del Campo, Istituzioni e Politica, siena, Università
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di Aldo Berlinguer
Dopo Sonetàula, di Salvatore Mereu, Come un Uomo sulla terra, di Andrea Segre e Dagmawi Yimer: documentario presentato nell’auditorium di via Pispini 1, sabato scorso. Proseguiamo così, con il Campo delle idee -e grazie alla collaborazione dell’Università per stranieri- le iniziative sui temi della diversità, inclusione e cooperazione: temi assolutamente prioritari, oggi, dinanzi ad una straripante crescita dei flussi migratori e dinanzi al balbettare della politica, interna ed internazionale.
I dati sono preoccupanti: solo al centro nord, meno 4 milioni di lavoratori entro il 2017; entro il 2050 perderemo oltre il 40% della forza lavoro, a fronte di una sensibile crescita demografica dei paesi del terzo mondo e di altri fattori che incentivano l’immigrazione. La tiepida crescita del welfare, una lieve emancipazione femminile, l’enorme urbanizzazione delle città africane e soprattutto il crescente divario nelle condizioni socioeconomiche di vita tra nord e sud del mondo contribuiscono infatti, in modo determinante, a suscitare ondate migratorie sempre più ampie e incontrollabili.
A fronte di ciò, quali risposte della politica interna ed estera? Accordi con il Governo libico per “prevenire l’immigrazione”, attraverso il finanziamento di attività repressive e la creazione di campi di detenzione ove vengono trattenuti, senza processo, cittadini di varia provenienza che tentano di raggiungere disperatamente l’Italia e l’Europa. Un percorso inumano a cui sono costretti migliaia di migranti, come Dagmawi, sopravvissuto al campo di Kufra, che ci ha raccontato la sua esperienza con immagini ed interviste ad altri sventurati compagni di viaggio (reperibili su http://comeunuomosullaterra.blogspot.com). Uno scenario sconvolgente nel quale contrabbandieri e poliziotti libici si accordano nella compravendita di esseri umani per rivenderli, alla fine, alle famiglie di origine salvo, in assenza di danaro, restare prigionieri per sempre.
Storie incredibili, di violenze e trattamenti degradanti, dalle quali emerge nettissima la grave responsabilità del governo libico al quale Italia ed Europa affidano consapevolmente il “lavoro sporco”, al riparo da occhi indiscreti e da possibili contestazioni; quel “lavoro” che non potrebbe essere svolto in Italia e che pertanto viene appaltato altrove.
Sul versante interno, nei giorni scorsi è giunta la notizia che anche i sindacati, nel nordest, chiedono la revisione delle quote: troppe badanti, troppi migranti. Mentre in Europa si cerca a tutti i costi di cambiare rotta, l’immigrazione legale di personale qualificato muove inesorabilmente verso gli USA, ove il lavoratore può muoversi agilmente, da uno Stato all’altro, senza particolari oneri burocratici. Insomma, siamo in difetto ed in ritardo: continuiamo a considerare l’immigrazione come una patologia mentre è noto che storicamente, dalla rivoluzione industriale in poi, i periodi di maggior sviluppo economico hanno coinciso con periodi di grande mobilità, interna ed internazionale, mentre la stagnazione si è registrata proprio quando la mobilità è mancata.
Continuiamo inoltre a considerare l’immigrazione come un fatto contingente, per cui il problema sorge solo quando occorre fronteggiare l’ultimo sbarco di clandestini, magari, guarda caso, in periodo elettorale.
Insomma, l’imputato, in contumacia, è come al solito la politica e la sua ormai endemica incapacità di scegliere: quale immigrazione, quali immigrati. Mentre il nostro paese si popola di clandestini, in condizioni di degrado e senza alcuna forma di inclusione.
Continueremo a trattare questi ed altri temi connessi nelle prossime iniziative. La più imminente, il 13 dicembre, riguarda il Caso Calipari; ad essa parteciperanno, tra gli altri, Giuliana Sgrena e Rosa Villecco Calipari.