Una proposta per l’università 18 novembre, 2008
Posted by campodelleidee in Scuola, Università, Ricerca.Tags: crisi università, Gelmini, Ricerca, riforma, scuola, Università
trackback
Pubblichiamo un lungo e articolato intervento sull’università a firma del Prof. Giorgio Sangiorgi, Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Cagliari, che crediamo fornisca interessanti spunti per una discussione su questo tema.
Entro anch’io, quando ormai la fase più accesa della protesta va avviandosi alla conclusione, nel dibattito che coinvolge da tempo l’Università, per proporre – ai colleghi ed agli studenti – alcune riflessioni che mi auguro possano portare un contributo nella direzione da tutti auspicata e cioè di un miglioramento reale delle condizioni di studio e di lavoro nell’Università.
Il fatto è che questo miglioramento, assumendo una prospettiva semplicistica e consolatoria, è stato sin qui spacciato come qualcosa che ci unisce tutti indiscriminatamente, qualcosa che ci trova tutti – docenti, ricercatori, studenti – assolutamente d’accordo nell’identificare le criticità, le proposte, le aspirazioni. E su questa “unità” si è creato un movimento certamente potente, ma che, a mio avviso, non consente di esprimere effettive potenzialità di cambiamento. D’altronde, non è una novità che la resistenza al cambiamento si esprima con improbabili coalizioni contro il “nemico” esterno, omologando, e rinunciando dunque a comprendere, posizioni, interessi ed obiettivi diversi.
In ogni caso, credo che nessuna protesta, così come nessuna proposta, sia veramente credibile (all’esterno dell’Università ma anche all’interno) se non accompagnata, preceduta, da una dimostrata capacità di “guardarci dentro” con rigore e senza pregiudizi.
Mi siano consentite tre brevi considerazioni ed una proposta.
1. L’Università funziona davvero molto male. Al di la delle situazioni limite ampiamente e peraltro talvolta superficialmente descritte in questi giorni, dobbiamo ammettere, dall’interno, che è l’intero sistema che non funziona. Soprattutto perché non è in grado di rispondere alle aspettative dei giovani e delle loro famiglie (al di là del fatto che abbiamo la percentuale di laureati più bassa rispetto ai partner UE, solo il 50% degli immatricolati completa gli studi conseguendo il titolo e coloro che lo conseguono impiegano mediamente più di 7 anni; il livello delle competenze in uscita è modesto; il sistema di fatto effettua una selezione di classe e non contribuisce in maniera significativa alla mobilità sociale); alle esigenze delle imprese e del mondo del lavoro (torna ad allargarsi il divario tra il titolo di studio e l’effettiva professionalità); al fabbisogno di ricerca scientifica e di sviluppo del Paese (scarsi finanziamenti e basso numero di ricercatori e dunque modesti risultati). Per non dire delle legittime aspettative di quanti vi lavorano, mortificati sia sul piano delle prospettive di crescita professionale che su quello delle condizioni di lavoro, dei finanziamenti per la ricerca, delle retribuzioni …. Il fatto è che questa Università (che prolifica i Corsi di studio, oggi oltre 5000 e talvolta ulteriormente articolati in curricula, che vede crescere i costi senza che migliori la performance, che non effettua seri interventi di razionalizzazione e di sviluppo) non è un prodotto del destino, bensì il risultato di una autonomia mal interpretata e mal gestita. Che si tratti del prevalere dei gruppi di potere e di interesse o che ritratti semplicemente (come temo) di una questione di competenze manageriali, di fatto l’Università, pur con la sua autonomia, non ha mostrato di essere in grado di rinnovare in maniera efficace il proprio modello organizzativo e di governance, limitandosi a chiedere (e di fatto ad ottenere) risorse aggiuntive senza saper incidere con determinazione e con concretezza sulla propria performance. Temo che, in questa situazione, risorse aggiuntive (ovviamente pur sempre auspicabili) non provocherebbero un reale miglioramento.
Non trovo in realtà molto utile proseguire nell’esame dei diversi provvedimenti governativi – alcuni dei quali francamente offensivi, quando comunicano una sfiducia generalizzata nel sistema – o nel ricercare gli aspetti positivi e negativi degli stessi: non penso che questa sia la contraddizione principale e, in ogni caso, la situazione attuale trova le sue radici per lo meno nelle politiche per l’Università degli ultimi vent’anni e non in un decreto (penso ad esempio al 3+2 che solo artificialmente ha aumentato il numero dei laureati, scardinando il sistema in maniera da molti giudicata irreversibile; penso alle croniche insufficienze di personale che hanno determinato in molti CdL un rapporto studenti/docenti inaccettabile; penso alle continue innovazioni normative che hanno incentivato comportamenti poco virtuosi; etc.). La questione vera, dal mio punto di vista, è oggi se ci sia realmente da attendersi che l’Università sappia riformare se stessa oppure se, attraverso un progressivo sistema di vincoli, debba tornare sostanzialmente ad essere gestita in maniera centralizzata (o, al contrario, essere cancellata come sistema, a favore di un arcipelago di singoli Atenei, di diversa natura e qualità). Ovviamente, questa prospettiva mi troverebbe assolutamente contrario, ma credo che siamo veramente davanti all’ultima possibilità. Chissà poi se l’Università saprà utilizzare le competenze presenti al proprio interno per procedere al proprio cambiamento.
2. L’omogeneità degli interessi, in rapporto al cambiamento, non esiste: anzi anche nell’Università, come in qualsiasi altra organizzazione, sono presenti conflitti profondi che possono essere negati o repressi, ma che, se non affrontati, consentono solo cambiamenti di facciata. Abituiamoci a gestire e a non temere il conflitto!
Ad esempio, è falso che gli interessi dei docenti e degli studenti coincidano: gli studenti chiedono, credo a buon diritto, di poter accedere ad Università regolate da serie procedure di accesso, organizzate con criteri ragionevolmente aggiornati di efficienza e di efficacia, di ricevere una formazione di alto livello che li metta in grado di affrontare con solide basi di partenza e con buone possibilità di scelta il proprio futuro. Chiedono dunque insegnamenti aggiornati, coerenti tra loro, ben delineati in rapporto al mercato del lavoro, tali da sviluppare anche i meriti, le capacità e le potenzialità e da contribuire alla loro maturazione personale, impartiti da docenti motivati e competenti. Chiedono di essere considerati al centro del processo formativo e non semplicemente destinatari dello stesso.
Gli interessi dei docenti, come comprenderà chiunque, sono altri: chiedono in sostanza di avere la possibilità di coltivare gli ambiti di studio e di ricerca che stanno loro a cuore, indipendentemente dalla loro utilità concreta in rapporto ai traguardi professionali degli studenti, di poter organizzare il proprio lavoro (ed il relativo tempo) senza sostanziali vincoli organizzativi, di poter svolgere attività extrauniversitarie rendendone conto solo superficialmente, di disporre di adeguati finanziamenti per studi, ricerche, convegni. Ma soprattutto di non essere soggetti ad alcun vincolo gerarchico ed organizzativo derivante dal far parte di una struttura complessa. Tendono a concepire se stessi come free lance ed adottano comportamenti individualistici e con scarsa responsabilità nei confronti del sistema. Per queste cose, evidentemente assai importanti, sono disposti a sacrificare prospettive di carriera (abbiamo un corpus docente tra i più anziani del mondo, che frena verso il basso ogni possibile avanzamento: l’età media dei ricercatori si colloca oltre i 50 anni, il neo presidente USA ne ha 47), economiche e di qualità della vita lavorativa. Sono anche fannulloni? No, ma per rendere mal funzionante il sistema non è necessario. In sostanza, gli uni chiedono (agli altri) cose legittime ma diverse che escludono, se non con l’appello al “nemico” esterno, che ci si possa trovare sulla stessa barca. Il problema è che, in questa Università, il rapporto tra queste due posizioni è assolutamente sbilanciato a favore dei docenti e contro gli studenti: occorre cambiare per ricostruire a questi ultimi speranza di futuro.
Anche tra i docenti, tuttavia, vige un unanimismo solo di facciata che impedisce di analizzare e di gestire il conflitto represso e dunque ora solo latente tra i diversi ruoli. Il caso dei ricercatori è emblematico. Essi chiedono o dovrebbero chiedere prima di tutto di lavorare per ciò che sono stati assunti e dunque di poter svolgere, con autonomia ma con la guida e l’indirizzo di un docente, attività di ricerca tale da svilupparne le competenze e la professionalità, così da poter essere in grado di produrre risultati utili alla comunità scientifica e, in senso più lato, al Paese. Per questo chiedono o dovrebbero chiedere di disporre di risorse economiche e strumentali appropriate, in maniera tale da poter dedicare il loro tempo alla ricerca assicurando un’alta produttività scientifica. Chiedono o dovrebbero chiedere di poter essere valutati nel loro lavoro all’interno di processi trasparenti e competenti, tali da assicurare loro anche effettive possibilità di carriera.
Per parte loro, i docenti chiedono di poter coltivare i propri interessi scientifici e professionali, supportati da uno staff che assicuri loro visibilità, influenza e che possa contribuire al legittimo sviluppo della propria disciplina. Tendono, in altre parole, a governare il proprio settore in termini di potere, relativo, ed a garantirsi spazi di autonomia e di ir-responsabilità nei confronti dei risultati.
In questo conflitto, non gestito, cosa succede? Che i docenti ampliano l’offerta formativa ben al di là dei propri obblighi istituzionali, realizzando così i propri obiettivi di espansione della disciplina senza riguardo ai profili professionali, ma creando le premesse per la proliferazione di insegnamenti non coperti che potranno solo essere impartiti dai ricercatori, i quali, a loro volta e con buona pace della ricerca e dei propri impegni professionali, ben volentieri accettano (talvolta sono loro stessi a spingere perché siano istituiti insegnamenti “su misura” per loro) questa che appare loro come una opportunità, non sapendo o fingendo di non sapere che alla fine saranno valutati per la loro produttività scientifica e non per la loro fedeltà o per l’adesione a questo schema.
Il risultato operativo, potremmo dire il prezzo di questa situazione, è tutto a carico degli studenti (e dei costi): crescita abnorme del numero degli insegnamenti, ricercatori, anche alle prime armi, in cattedra, rapporti tra i ruoli confusi e spesso equivoci, docenti più impegnati a vincere battaglie interne piuttosto che a qualificare i corsi di studio, alto assenteismo. Senza contare la bassa produttività scientifica dovuta al fatto che si ricerca sempre meno. In attesa che, eventualmente, venga riconosciuta formalmente anche ai ricercatori (sul cui impegno “volontario” peraltro si basa una buona parte delle lezioni) la funzione docente, non sarebbe meglio che ognuno facesse il proprio mestiere?
Tralascio, per brevità, altri conflitti presenti e denegati: quello tra i diversi SSD, riferito a problemi di confine e di espansione; quello tra i docenti, riferito a problemi di influenza negli organi collegiali, quello interno agli stessi, riferito alle scelte di indirizzo; quello tra le Facoltà, riferito allo squilibrio nell’allocazione delle risorse; quello tra docenti e personale amministrativo e tecnico, etc. Attenzione, niente di male nel conflitto, che anzi fa parte della fisiologia della vita organizzativa. Prendiamone atto e cerchiamo di gestirlo in maniera innovativa e a favore del cambiamento, senza insistere nell’immagine bucolica di una comunità di persone che indipendentemente dai ruoli e dalle appartenenze lavora con fervore e con efficacia, solo turbata dall’invadenza di nuove regole del gioco.
3. Avverto anche, nel dibattito che si è sviluppato, l’emergere di una sorta di moralismo tendente a sostituire i giudizi – di volta in volta politici o organizzativi – sulla crisi dell’Università con giudizi sui comportamenti e sulle scelte individuali, che invece subiscono da un lato il richiamo all’ortodossia della protesta, dall’altro vengono valutati in maniera indiscriminata ed offensiva per quanti lavorano nell’Università. Quanto al primo punto, basti pensare al palese rifiuto persino di considerare la possibile coesistenza di un sistema pubblico con uno privato nell’Università. Personalmente ho conseguito una laurea in un Ateneo privato ed un’altra in uno pubblico e non ritengo di avere di che vergognarmi, come peraltro mi pare dimostrino molti colleghi che insegnano nelle “private” a vario titolo, salvo poi dichiarare ferocemente la propria assoluta avversione ad ogni possibile contaminazione tra i due sistemi (strano che i numerosi esperti in questioni internazionali dimentichino che questo modello è in realtà molto diffuso e con successo all’estero). Quanto al secondo punto, cioè il ritenere i docenti un insieme di personaggi svogliati, pigri, pronti al sotterfugio, a truccare i concorsi, etc. (un giornale ci ha definito “papponi”), occorre con forza ribadire che, fatte salve le solite eccezioni, questo quadro non corrisponde alla realtà. Per quanto possano valere le testimonianze individuali, è fuori discussione che se l’Università, pur con i suoi limiti, è ancora in grado di svolgere la propria funzione ciò lo si deve solo all’impegno, alla passione ed allo spirito di servizio della stragrande maggioranza di quanti vi lavorano, i quali, pur in un contesto talvolta al limite dell’accettabilità, continuano a svolgere la propria attività, che richiede spirito di sacrificio, forti investimenti, anche economici, personali, senso di responsabilità nei confronti dell’istituzione e degli studenti. Si può anche ritenere che questa assoluta dedizione sia in definitiva ingenua e che, in definitiva, serva solo a tappare le falle (o a sopire le contraddizioni) di un sistema, colludendo con le resistenze al cambiamento e rinviandone dunque la crisi ed il rinnovamento: ma non si può mettere in discussione le persone in quanto parte di un sistema che, essendo ammalato, ammala quanti vi abitano. Le cose ovviamente non stanno così, soprattutto se pensiamo a quanti, con retribuzioni certo non appropriate, con finanziamenti per la ricerca semplicemente ridicoli e che non consentono un reale confronto non dico internazionale, ma neppure nazionale, nella totale assenza di un sistema premiante che assicuri ragionevoli percorsi di carriera, svolgono quotidianamente la loro attività, tra l’altro senza ricevere un concreto supporto dalla propria organizzazione. Non sono accettabili i giudizi sommari e occorre non sottovalutare il pericolo che, in termini di rappresentazione sociale, si diffonda l’immagine di un corpus di docenti universitari così palesemente falso. In questo ambito, l’elemento forse più critico dei recenti provvedimenti mi pare senz’altro l’aver assegnato alla sorte il sistema concorsuale. Ma in quale sistema organizzativo i vertici nutrono un tale livello di sfiducia nei confronti dei propri membri e di non riconoscimento della loro affidabilità e delle loro competenze da affidare al sorteggio uno dei processi più critici quale quello della selezione e della valutazione delle risorse! Si tratta di una ulteriore conferma di una patologia del sistema cui occorre che i docenti pongano rimedio, rivendicando senza compromessi la piena dignità del lavoro che svolgono.
Vengo timidamente alla proposta, essendo ormai in presenza di importanti guide line espresse sia da parte governativa che dell’opposizione, che delineano uno scenario di riforma, forse sin troppo strategico e quindi per molti versi condivisibile, mentre, come emerge da parte di alcuni autorevoli opinionisti e dei vertici della CRUI, sembra essersi avviato un dialogo costruttivo. È chiaro che il nostro Paese deve, malgrado la crisi, riallineare il proprio investimento per l’Università con gli altri paesi europei, così come è assolutamente indispensabile una effettiva (e speriamo definitiva) riforma dell’Università che definisca un nuovo quadro normativo, istituzionale e finanziario entro il quale possa procedere al proprio rinnovamento. Fermo restando che non sono evidentemente i recenti provvedimenti ad aver determinato la crisi (semmai hanno il merito di averla fatta esplodere), la stessa si è prodotta all’interno di un quadro normativo che la ha consentita se non incentivata e in questo senso è inaccettabile attribuirne le responsabilità solo a quanti lavorano negli Atenei, dimenticando il contesto nel quale si sono trovati ad operare e le pressioni esterne che hanno dovuto fronteggiare.
Confidando nel confronto politico e sociale per la ricerca delle soluzioni Istituzionali e per definire la nuova mission dell’Università, su un piano più interno al nostro sistema resto assolutamente convinto che il livello di complessità raggiunto dell’Università abbia reso da tempo obsoleti i modelli organizzativi e le procedure operative e gestionali delle stesse, a partire dalla stessa articolazione in Facoltà e Dipartimenti che finisce per determinare la moltiplicazione dei fabbisogni e per non consentire un utilizzo razionale ed economico delle risorse. Se non adottiamo modelli di analisi e soluzione innovativi ed adeguati alle caratteristiche di questa organizzazione complessa – tuttavia ancora strutturata sulla base della vecchia Università per pochi – ben difficilmente potremo conseguire risultati importanti e le esperienze di cambiamento nelle organizzazioni hanno ampiamente mostrato in questi processi la centralità delle risorse umane. Risorse oggi abbandonate a se stesse, senza un reale committment professionale, ormai povere di motivazioni e di ambizioni professionali. Ma soprattutto incapaci di concepire il proprio ruolo se non in termini individualistici, rinunciando a concepire se stessi anche in termini di gruppo, di organizzazione di collettivo. Credo che da qui occorra partire, con un forte investimento sulle risorse per cambiarne la cultura organizzativa e per migliorare, a tutti i livelli, il clima in cui si vive e si lavora. Occorre, in altre parole, un deciso intervento di ristrutturazione organizzativa che sappia agire contemporaneamente sui processi e sulle procedure, bonificandoli da sprechi ed eccessi, sulle strutture e sul governo del sistema, garantendo innovazione, trasparenza e responsabilità diffusa, sull’allocazione delle risorse, privilegiando le aree e le situazioni critiche. Ma soprattutto, facendoci carico dei conflitti latenti o rimossi, occorre intervenire sulle persone, per favorire la definizione di un nuovo assetto che possa consentire una migliore qualità della vita di lavoro ed una maggiore efficienza ed efficacia.
Non potendo, purtroppo, contare su contributi competenti ed esterni per svolgere questa importante azione di sviluppo organizzativo, ritengo dovrebbero costituirsi, a livello di Facoltà, Comitati per il Miglioramento, aperti alla partecipazione di tutte le componenti, con il compito preciso di svolgere, entro un termine concordato, una ricognizione delle diverse criticità e di iniziare a formulare, con il contributo di tutti, specifiche proposte di cambiamento, innescando un processo di rinnovamento destinato ad incidere sul clima e sui comportamenti organizzativi, ma contemporaneamente anche sulle procedure e sui processi organizzativi, sull’impiego delle risorse umane e materiali. Non sono così ingenuo da non sapere che i processi di cambiamento bottom up non funzionano senza il supporto dei vertici e senza adeguate risorse. Ma penso anche che l’azione dei Comitati per il Miglioramento potrebbe contribuire ad isolare subito coloro che, ai diversi livelli, intendono rimanere prigionieri della vecchia logica e conservare, al di là delle parole, la situazione esistente.
Sono personalmente disponibile a collaborare, senza pregiudizi, con chiunque voglia accogliere questa proposta e contribuire ad una iniziativa che mi pare importante ed urgente. In fondo, è meglio che i miglioramenti – almeno quelli numerosi possibili al nostro interno ed entro il raggio della nostra autonomia – ce li troviamo da noi, piuttosto o prima che ci vengano “suggeriti” da qualche direttiva o imposti dall’alto.