Per una nuova Cooperazione 24 giugno, 2008
Posted by campodelleidee in Identità, diversità, cooperazione, Sanità e Solidarietà.Tags: cooperazione
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di Emanuele Piano
Nel dopo Palio, a Siena, si terranno le giornate della Cooperazione internazionale: evento importante cui dovremmo tutti noi dare significato e finalità nuovi. Mi spiego.
820 milioni di persone nel mondo vivono oggi in uno stato di fame cronica. Un abitante del pianeta su cinque non può usufruire di acqua potabile. 100 milioni di bambini non vanno a scuola. Oltre 40 milioni di persone convivono con il virus dell’Hiv. I prezzi delle derrate alimentari sono al massimo degli ultimi 50 anni. E nel nostro pianeta il cambiamento climatico è una realtà.
Fallimento totale? Se non ci siamo già, poco ci manca. Hanno fallito le politiche per lo “sviluppo”, quelle per la riduzione della povertà e per il contenimento della nostra impronta ecologica sul pianeta. Per usare frasi fatte, i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri più poveri (il rapporto è passato da 30:1 del 1968 al 74:1 del 1998), il commercio internazionale favorisce soltanto chi è in grado di dettare le regole e l’Onu, fondata nel lontano 1945 con l’obiettivo di governare i processi mondiali, è ormai un simulacro.
Vogliamo risolvere il problema? Abbiamo una proposta: aboliamo la cooperazione. Non serve, non porta progresso, è uno sperpero inutile di risorse ed è, in definitiva, controproducente. Secondo gli ultimi dati dell’Ocse, nel 2007 i 22 Paesi membri – dagli Stati Uniti all’Italia, ma Russia e Cina esclusi – hanno devoluto in aiuti pubblici allo sviluppo la bellezza di 103 miliardi di dollari. Il nostro Paese, con quasi 4 miliardi, è al nono posto della classifica, ma ultimo in quella relativa alla percentuale del Prodotto interno lordo (0,19%) devoluta.
Pochi o tanti che sembrino questi soldi, poniamo la seguente domanda: e se queste risorse fossero date direttamente ai Paesi beneficiari? O se non fossero date per niente, cambierebbero in negativo le cose? Ribadiamo, peggio di così non si può fare. Che l’aiuto sia multilaterale – ovvero i soldi dati al sistema Onu o ad organismi regionali – o bilaterale verso i Paesi destinatari, è proprio la concezione di aiuti allo sviluppo ad essere superata.
In primo luogo i fondi dati non arrivano ai beneficiari, ma restano imbrigliati nei meandri delle spese amministrative di organizzazioni mastodontiche. Emblematico il caso della Fao dove l’87% delle spese è di gestione. In secondo luogo, se escludiamo l’opportunismo di chi gestisce esclusivamente le emergenze mettendo una pezza a situazioni disastrose, il concetto di progetto di sviluppo è inutile. Come si pensa di ridurre i problemi di “sviluppo” di un’intera nazione con interventi limitati a micro-aree (il tipico pozzo nel villaggio), con durata di pochi anni (la media è di due anni), senza che vi sia rendicontazione sulla sua efficacia e senza sostenibilità per il futuro?
In sostanza, come qualsiasi altra azienda che vende prodotti sul mercato, gli organismi multilaterali e quelli privati – le Organizzazioni non governative – si riducono al ruolo di progettifici alla continua ricerca di fondi per progetti che ne giustifichino degli altri. Il tutto senza intaccare la radice del problema e senza imparare dagli errori commessi in passato.
Questa, inutile nascondersi, è una questione esclusivamente politica. Sino a quando non usciremo dal pietismo interventista e non eleveremo le controparti nei Paesi in via di sviluppo al rango di interlocutori, tanto vale smettere con la cooperazione. Sino a quando non saranno loro a dirci cosa gli serve e come gli serve, è inutile continuare lo sperpero di denaro pubblico. Sino a quando non decideremo di metterci al loro servizio per dargli una mano disinteressata, è meglio starsene a casa. Almeno così smetteremo di andare in giro a fare danni.
Ancora più gravoso è il compito dei nuovi soggetti della cooperazione decentrata, come il Comune e la Provincia di Siena. Piccole gocce nel mare magnum degli aiuti internazionali che possono però cogliere questa opportunità data dalla loro relativa “verginità” per distinguersi da pratiche ormai obsolete. Interagire senza intermediazioni con i partner locali ed ascoltare i loro bisogni, mettere in rete le competenze e le conoscenze dei relativi tessuti sociali, costruire relazioni di lungo termine che portino ad un reciproco processo di “sviluppo” (si migliora a prescindere dai flussi economici nella conoscenza dell’altro). Ce n’est qu’un debut, dicevano nel ‘68. Serve soltanto la voglia di (ri)cominciare.