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Scuole forensi frenate dal corporativismo 2 luglio, 2007

Posted by campodelleidee in Sicurezza e Giustizia.
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di F. Galgano

Per affrontare il nodo della formazione legale sono necessarie alcune considerazioni di ordine generale sulle condizioni delle nostre università. Le università italiane non impartiscono didattica; addestrano all’autodidattica; puntano sull’autoselezione degli studenti. Chi sa trarne profitto esce dall’università preparatissimo, subito conteso dai maggiori studi legali. Per la massa, come ha scritto Aldo Berlinguer nei giorni scorsi sul Sole-24Ore, la laurea è solo questione di tempo, null’altro che un pezzo di carta, abilitante alla rincorsa dei pubblici concorsi. E il fenomeno è destinato ad aggravarsi per effetto dei recenti provvedimenti che hanno contingentato la preparazione degli studenti, in termini di numero massimo di pagine da studiare.
Scelte coerenti. Occorrono, quanto meno, politiche coerenti: non si può avere indulgenza per gli studenti e, al tempo stesso, lamentarsi della impreparazione dei laureati. Non si può moltiplicare il numero delle università, in gran parte sprovviste di un minimo dignitoso di risorse umane e materiali, ma tutte abilitate a conferire un titolo di uguale dignità, e poi dolersi che la gran parte dei laureati si presenta ai concorsi e agli esami post-laurea in condizione di inaccettabile sottoculturazione. I dati statistici di cui disponiamo dovrebbero essere poi sottoposti ad una procedura di disaggregazione per sedi di provenienza in maniera da poter disporre di una fotografia più precisa della situazione. A questo riguardo posso ricordare un dato che riguarda la mia università (Bologna, ndr): da essa proviene, in proporzione con il numero dei partecipanti, la maggior quota di vincitori al concorso in magistratura.

Professioni legali divise. Le scuole di specializzazione per le professioni legali, uniche per aspiranti magistrati, avvocati, notai, andavano benissimo. Militavano nel senso della formazione di una classe professionale unitaria, che costituisce antico retaggio del mondo anglosassone e che da alcuni decenni è obiettivo perseguito con successo in Germania, dove una medesima scuola ed un medesimo concorso abilitano per magistratura, avvocatura, notariato. Efficace antidoto all’antagonismo imperante in Italia: qui l’avvocato è, per il giudice, una fastidiosa appendice del processo; ed il giudice è, per l’avvocato, il nemico da battere. Ma per le scuole di specializzazione italiane debbo usare i verbi al passato perché le scuole di specializzazione, che pure sono tuttora funzionanti (e con notevole costo finanziario per il pubblico erario), sono state depotenziate (e vorrei dire fortemente contrastate) per effetto delle spinte all’autogoverno delle varie professioni legali, tutte desiderose di fondare proprie scuole. Forse il rimedio è a monte, ossia risiede nella costruzione di un albo unico, secondo la proposta cui accenna Berlinguer.

Il nodo del mercato. Sul tema dei rapporti fra professioni e mercato suggerisco cautela. Valgano al riguardo i principi fissati dalla giurisprudenza comunitaria. Ci si deve opporre, in nome della libertà di mercato, alla proliferazione degli albi professionali, che tende a sottrarre alle regole della concorrenza (accesso al mercato, tariffe) quelle che altro non sono se non comuni prestazioni di servizi imprenditoriali (la Corte di giustizia lo ha detto per gli spedizionieri doganali e per gli uffici brevetti). Ma ci si deve opporre anche alla mercificazione delle vere e proprie professioni intellettuali (e la Corte di giustizia vi si è opposta riguardo agli avvocati), cioè alla loro parificazione a qualsiasi attività di produzione di servizi.
L’esempio dei notai. Anche a questo riguardo occorre coerenza; e faccio solo un esempio: non si può attribuire ai notai, come è recentemente accaduto, funzioni prima spettanti all’autorità giudiziaria – alludo alle omologhe societarie – e poi equipararli ai comuni prestatori di servizi, così mercificando anche le funzioni che essi assolvono. La gara fra i notai ad omologare al più basso prezzo non offrirebbe la migliore omologazione, bensì la peggiore.

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