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Non dalla sola tecnica le basi dei futuri avvocati 2 luglio, 2007

Posted by campodelleidee in Sicurezza e Giustizia.
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di Antonio Gambaro -

Il problema dell’accesso al­le professioni legali non può prescindere del tutto da un esame della preparazio­ne universitaria. Molte sono le lamentele in proposito. In esse si nascondono alcune esagerazioni. Certo, lo stu­dente che non frequenta e si limita ad apprendere lungo un arco di tempo prolungato il contenuto sommario di un singolo manuale, esce da una facoltà di giurisprudenza con una laurea in tasca e una pre­parazione professionale la­mentevole. Studenti frequen­tanti facoltà di buona tradizio­ne acquistano una prepara­zione eccellente, come si constata in occasione di confron­ti internazionali.La criticità dei nostri studi universitari non risiede nella scarsa preparazione che posso­no offrire, quanto nella loro ec­cessiva durata; la quale dipen­de in larga misura dall’inutile nozionismo di molte discipli­ne che si vogliono privilegiare nel piano di studi perché vicine alla pratica. Solo che dalla prati­ca forense gli studenti sono cro­nologicamente lontani. Nel tempo necessario a completa­re l’iter formativo e superare i concorsi, molti dati normativi faticosamente appresi a memo­ria saranno mutati, o il loro ri­cordo sarà svanito.L’università dovrebbe limi­tarsi a fornire una cultura giuri­dica di base e gli strumenti intel­lettuali per continuare ad ap­prendere, lasciando alle Scuole forensi, più vicine all’ingresso nella vita professionale, il com­pito di fornire le nozioni mag­giormente connesse alla prati­ca. Sino a quest’ultimo passag­gio una formazione unitaria e generale è preferibile a precoci specializzazioni per le quali manca il necessario collaudo vocazionale.Il modello di formazione mu­ta bruscamente segno solo do­po l’inizio dell’attività professio­nale. L’avvocato, il giudice e an­che il notaio non emergono nei rispettivi campi di attività per­ché vi giungono preparato, ma perché si preparano tutti i gior­ni: studiando le questioni impre-viste e imprevedibili, aggiornandosi sulle novità e giurispruden­ziali e anche perché si riservano uno spazio per riflettere sulle di­namiche che li circondano. In un assetto di formazione perma­nente le specializzazioni sono inevitabili: più accentuate nei grandi centri urbani; a compas­so maggiormente allargato in al­tri contesti; ma, contrariamente a quanto accade nel periodo del­la formazione scolastica, il pro­fessionista tuttologo è un esse­re che ha la sola caratteristica di non esistere.È nella fase della formazione permanente che emergono in modo assai netto i benefici effet­ti di un’adeguata preparazione culturale di fondo. Purtroppo si ha la sensazione che tale prepa­razione culturale di fondo sia più connessa all’ambiente fami­liare o sociale da cui lo studente proviene che non il frutto di una trasmissione pubblica del sapere. Molte possono essere le cause di questa lacuna. Non ultima la tendenza demiurgica di molti a pensare alla formazio­ne del giovane avvocato, giudi­ce o notaio, come, secondo la lettera del racconto biblico, Dio pensò all’uomo: a propria im­magine e somiglianza e quindi già munito di tutte le conoscen­ze che il demiurgo ha appreso nel corso degli anni.Non vi sono molti modelli del passato da imitare in quest’epoca di veloci muta­menti; ed è eccessiva l’enfasi posta sulla preparazione tecni­ca, che poi significa conoscen­za dei dati normativi e giuri­sprudenziali del momento, la quale è più facile da accertare in sede di concorso o esame. In­tendiamoci, tali conoscenze so­no assolutamente indispensa­bili, ma questa ovvia direttiva dice poco circa il problema cru­ciale che consiste nell’indivi­duare il grado di conoscenze esigibili ai fini dell’ingresso nel­la vita professionale e il suo rap­porto ottimale con altre doti in­tellettuali indispensabili.Il professionista oggi non può vivere di ricordi: si forma e si accultura nell’esercizio della professione; ma vi deve giunge­re con un bagaglio di conoscen­ze linguistiche e culturali adat­te al mondo globale in cui vivrà.Al riguardo è difficile fare previsioni. Salvo una: il mondo economico e sociale sarà sem­pre più intessuto da regole giu­ridiche: per le professioni lega­li non c’è alcuna avvisaglia di tramonto.Il numero degli avvocati, si di­ce, è eccessivo. Questo è vero se si pensa all’avvocato come al patrono di liti e controversie. Qui il limite è dato dalla capaci­tà,già superata, del sistema di di­rimerle. Non sembra che l’avvo­cato del futuro possa essere un litigator, come si dice in Ameri­ca. L’attuale popolazione di av­vocati può sopravvivere solo se smette di pensare che la lite sia l’unica fonte sicura di guada­gno e prestigio e inizia a conce­pire la professione di avvocato come servizio volto a rendere meno disagevole la vita altrui. 

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