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Ci risiamo 11 marzo, 2007

Posted by Francesco C in FC, Istituzioni e Politica.
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Pierluigi Piccini
— inviato come come commento a “Timidezza e deter….”—- Ci risiamo, siamo di nuovo di fronte ad uno di quei cambiamenti cosiddetti storici: il passaggio dal partito dei DS al Partito Democratico, la lunga agonia del postcomunismo non è ancora finita con un rischio questa volta sì reale di far scomparire un pensiero come quello socialista, mai inverdito e di finire sotto l’egemonia cattolica.

I DS decidono di cambiare ancora una volta, così come hanno fatto nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino e nel 1994. Uno dei principali motivi, allora come ora, è nella constatazione di essere un partito che ha un peso elettorale decisivo per la coalizione, ma alla quale è costretto a lasciare la leadership.

Questo nuovo cambiamento si configura, molto più che nel passato, come un passaggio calato dall’alto e senza anima. Basta vedere come è organizzato il dibattito con la base delle sezioni, poco più di un simulacro di dibattito: si presentano le tre mozioni nel tardissimo pomeriggio, discussione quasi assente e dopo cena gli iscritti si presentano per votare.

Al centro dell’interesse è di nuovo la gestione degli assetti del nuovo partito senza approfondire quali sono i chiarimenti di linea politica e gli obiettivi che si assumono per la nuova organizzazione e per il Paese.

La confusione viene da lontano, dalla fine del compromesso storico, da quella chiusura del segretario Berlinguer che rispose alla sconfitta di una stagione politica con una chiusura nei valori del partito e rifiutando di analizzare i cambiamenti in corso nella società capitalistica e la sua riorganizzazione sia negli aspetti di gestione del potere, che nei sistemi tecnologici e nei sintomi di inizio della mondializzazione.

La cosa peggiore è che tale rifiuto avvenne sul piano moralistico estraniando, di fatto, il movimento comunista dalle trasformazioni dei mezzi di produzione.

Quella scelta trovò una sponda nel pensiero cattolico, ma tale vicinanza di vedute sulla società italiana ha prodotto un arretramento del Paese che ci ha allontanato dalla stessa dimensione europea. Da non dimenticare l’attacco violento a Craxi e al partito socialista, considerato nemico della classe operaia, che una volta sparito dalla scena politica non è stato sostituito da un partito, come quello comunista, che stava approdando alla socialdemocrazia dopo la rottura del 1989.

Forse perché il gruppo dirigente del dopo Natta ha pensato che il periodo di Gorbaciov potesse rappresentare un rilancio dell’Unione Sovietica capace di coniugare democrazia e comunismo: tragico errore! O perché l’apertura di Occhetto al pensiero socialista, soprattutto nella sua componente radicale, non era strutturale ma frutto di oscillazioni teoriche, compromessi, invasioni nei campi più diversi, incapace di una visione convincente della società italiana. Nulla a che vedere con un pensiero moderno, capace di coniugare il socialismo con il pensiero liberale di cui la nostra nazione aveva ed ha bisogno.

Di questo parleremo a proposito di D’Alema e dell’attuale sforzo, solitario, del ministro Bersani, del massimalismo dell’ultima finanziaria e della vicenda dei DICO, per dire nulla di nuovo sotto il sole.

Le date che ho indicato 1989 e 1994 cosi come il 1998 o 2001 hanno portato esclusivamente ad un balletto di incarichi spostando sempre i soliti soggetti (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino) senza un reale chiarimento della linea politica. La sensazione che abbiamo ricevuto è quella di scambi di favore fra vecchi amici ora segretari, ora ministri, ora sottosegretari, che hanno sostituito il dibattito con la presenza personale, con le “doti” individuali. Abbiamo ascoltato di tutto: dal socialismo liberale di D’Alema divenuto prima segretario del partito e poi presidente di quest’ultimo e del Consiglio, al “I care”, ve lo ricordate, ed altre diavolerie create al momento perché l’unica cosa che è sempre stata presente è il tatticismo.

Personalmente credo che il fallimento per i DS e per il Paese stia proprio negli anni che vanno dal 1995 al 2000, un periodo in cui il partito riprese fiato, ripropose il primato della politica e coniò l’obiettivo del socialismo liberale. Molti abbiamo creduto a quella stagione, convinti che si potesse riprendere il cammino del pensiero socialista e rinnovare il Paese rimettendo in sintonia la società italiana con le istituzioni e dandogli una forte proiezione internazionale.

La mia rottura personale con il Partito è il frutto di quel fallimento: l’intervista a La Nazione in pagina nazionale, dove accusavo il presidente del consiglio di giacobinismo, fu bollata da Ceccherini come un’intervista di destra aggiungendo che dovevo scegliere da che parte stavo, povero Ceccherini!

Il fallimento, per me drammatico, fu l’aver azionato la gold share per l’operazione Telecom che produsse la fuoriuscita di Messori dalla presidenza del consiglio e dalla gestione della politica finanziaria, ma questa è storia personale.

Il giacobinismo è il risultato di essersi, incompreso, chiuso nella gestione del potere come presidente del Consiglio senza far diventare questa tematica battaglia politica confronto aspro dentro il partito, aver subito le logiche di un sindacato gestito da Cofferati con tagli fortemente massimalisti, l’aver considerato il partito non maturo perché erede di una gestione caratterizzata dal ritenersi “moralmente diverso” e separato dal capitalismo.

L’aver evitato un vero confronto politico ha prodotto quelle conseguenze che ancora stiamo pagando: il “paese normale” cui si aspirava non è nato e della vecchia sinistra è rimasto solo qualcosa, qualche traccia in movimenti come la rosa nel pugno, troppo poco, troppo minoritaria, travolta da Prodi nella vicenda dei DICO. Quel paese normale non è nato e il distacco della società dalle istituzioni è sempre più grande.

Il partito democratico nasce dentro questa cornice senza aver chiarito i passaggi e, a discussione già avviata, ci si accorge che potrebbe sparire la dimensione socialista dal nuovo partito e che potrebbe essere facilmente egemonizzato dai cattolici. Il paladino del socialismo, Mussi, si ricorda ora di Bad Godesberg dopo aver civettato con la cultura no global ed aver condiviso le responsabilità del cammino compiuto negli anni, ma cosi non serve. C’è un vuoto politico che peserà negativamente sul nuovo partito e sul Paese; si troveranno le sistemazioni per chi personalmente gioca a fare lo statista per chi attacca Israele per farsi una nuova verginità dopo il liberalismo, per l’esperto di marketing personale, per il ragioniere della politica, per chi arriva da ultimo con Bad Godesberg e che si metterà seduto come tutti gli altri per avere un posto.

Di altro avremmo bisogno, di un pensiero forte che faccia uscire il Paese da questo teatrino insopportabile. Ma per ora non si vede nulla se non una discussione su una riforma elettorale che se dovesse essere di tipo tedesco sarebbero i Follini, i Casini gli Andreotti a vincere e tutto rimarrebbe immutabile. Mi domando ma che c’entra la legge elettorale con la qualità della politica e di quella economica in particolare? “Qui il problema è la tenuta del bipolarismo e il mantenimento per i cittadini della possibilità di scegliere prima delle elezioni uomini e programmi. Il rischio è quello della formazione di un centro perennemente al potere, alleato ora con la sinistra ora con la destra dello schieramento parlamentare. Una storia che abbiamo già vissuto e che ha fatto esplodere il nostro debito pubblico.”

A Siena la situazione è speculare ed il gruppo dirigente ha fatto tesoro del metodo di governo del gruppo dirigente nazionale. La lezione l’hanno appresa negli anni, a partire dalla sostituzione di Natta e da quella di Occhetto. I Ds senesi sono schiacciati da una parte dalla cultura massimalista, che gli proviene dal sindacalismo della CGIL e dai rapporti di opportunità politica con Rifondazione Comunista, dall’altra dalla Margherita che gli contende il primato nella gestione del potere soprattutto nella sua componente ex-democristiana. Permane il fastidio nei confronti degli ex-socialisti, che peraltro giocano tutto il loro peso sul piano degli assetti più che su quello del rinnovamento della politica e della società ed ogni proposta anche la più interessante, come quella del costo della politica, viene vissuta come strumentale all’ottenimento dell’obiettivo principale: gli assetti.

Schematicamente, è una copia della situazione nazionale che, se non riescono, i DS senesi, a correggere velocemente, gli costerà molto cara nei prossimi passaggi elettorali anche perché la gestione dei grandi aggregati istituzionali fa acqua e gli alleati di governo non sono poi tanto solidali con gli uomini del principale partito di Siena.

L’iniziativa di Ceccherini è poi esemplare: come fa un presidente della provincia ad essere il leader di una mozione congressuale senza comprendere che tale sovrapposizione sottopone l’ente amministrato a rischio politico?

Sarebbe stata sicuramente meglio un’altra soluzione anche perché questa esposizione del presidente è sospetta. Credo che tale discesa in campo non sia piaciuta né a Ceccuzzi né a Mussari ed abbia creato un po’ di gelo fra il parlamentare senese ed il buon Bezzini. Ma forse non è un caso che la scadenza del mandato provinciale è quasi alla fine e, in questo modo, ponendosi come leader della mozione di Fassino e D’Alema, che si dice non siano poi tanto contenti della gestione dei DS a Siena, gli garantisce che non si potrà fare a meno di lui e che non sarà dimenticato dai compagni-amici. Dei contenuti ne parleremo un’altra volta, aspettiamo, il sistema si regola da solo.

Mi è piaciuto, a questo proposito, l’intervento del Carnesecchi nel Blog del campo delle idee anche perché non è riuscito a distinguere nella caverna le immagini proiettate dalla fonte che le provoca e non si è neppure posto il problema.

Altra cosa che credo debba essere sottolineata è che i comunisti Cenni e Daniela Bindi, per ora, non hanno firmato nessuna mozione neppure quella di Mussi che dovrebbe essere a loro più vicina. Anche qui una scelta di opportunismo?

In sintesi, a Siena come a Roma, si gioca la partita del cambiamento in modo non convincente ed in una situazione di non chiarezza che si avvita su se stessa e che ha come colonna sonora la solita musica.

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